Hannah and e le sue sorelle (1986) occupa una posizione cruciale nella filmografia di Woody Allen perché rappresenta forse il punto di equilibrio più alto tra costruzione narrativa classica, riflessione esistenziale e commedia sofisticata. Apparentemente costruito come un affresco corale, in cui le relazioni familiari diventano il campo di forze entro cui si misurano desiderio, colpa, fallimento e bisogno di senso. Allen abbandona qui ogni tentazione di gag fine a se stessa per adottare una struttura narrativa ramificata, scandita da ritorni ciclici, i pranzi del Ringraziamento, che funzionano come veri e propri punti di sutura temporale, momenti di sospensione in cui i personaggi sono costretti a confrontarsi con ciò che sono diventati nel tempo intercorso.
Hannah, figura solo in apparenza centrale, agisce in realtà come perno silenzioso, come principio di stabilità che consente agli altri di scomporsi, cadere, desiderare. È un personaggio quasi metafisico, più che psicologico: non evolve, ma permette agli altri di rivelarsi, incarnando una forma di ordine morale che il film non idealizza mai del tutto, ma di cui riconosce la necessità. Attorno a lei si muove un’umanità fragile e nevrotica, tipicamente alleniana, ma qui spogliata di ogni autocompiacimento: il desiderio adulterino di Elliot, la deriva depressiva e ipocondriaca di Mickey, l’inadeguatezza cronica di Lee non sono semplici motori narrativi, bensì declinazioni di una stessa incapacità di abitare il presente senza proiettarlo costantemente altrove.
Dal punto di viista formale, Allen costruisce il film come narrazionedi rara eleganza, alternando voci fuori campo, ellissi temporali e micro-racconti autonomi che si incastrano con precisione quasi romanzesca. Il riferimento dichiarato a Cechov non è un vezzo colto, ma una chiave strutturale: come nei drammi cechoviani, ciò che conta non è l’evento, ma la sua eco emotiva, il modo in cui le occasioni mancate sedimentano nei corpi e nei dialoghi. La regia, apparentemente invisibile, lavora per sottrazione, affidandosi a una messa in scena classica, luminosa, sostenuta dalla fotografia calda di Carlo Di Palma, che avvolge i personggi in un’autunnale malinconia newyorkese, trasformando la città inuno spazio mentale prima ancora che geografico.
In definitiva, Hannah e le sue sorelle è un film sulla continuità fragile dell’esistenza, sulla necessità di accettare l’imperfezione come condizione strutturale del vivere. Allen, nel suo momento di massima maturità, riesce qui a tenere insieme leggerezza e abisso, ironia e disperazione, costruendo un’opera che non cerca consolazione, ma equilibrio. Un film profondamente adulto, che osserva i suoi personaggi con affetto non indulgente e che conferma come il cinema di Woody Allen sia stato uno dei luoghi più intelligenti e complessi del cinema americano contemporaneo.
David Pacifici