Parashat Bo si colloca nel cuore del racconto dell’Esodo- Shemot, nel punto in cui la liberazione prende forma mentre Israele si trova ancora immerso nella “notte” egiziana. Le ultime tre piaghe colpiscono l’Egitto, il potere di Par‘o, il Faraone, si avvia al collasso e, sorprendentemente, prima ancora dell’uscita fisica, vengono consegnati i primi comandamenti collettivi: la santificazione del tempo attraverso il mese di Nisan, il rito di Pèsach, l’obbligo del racconto ai figli.
La Torah sembra suggerire che l’atto decisivo della libertà avvenga sul piano simbolico prima che su quello storico-politoico.
In una lettura psicoanalitica, l’Egitto appare sempre più chiaramente come lo spazio dell’Io ipertrofico, chiuso nella propria autosufficienza e incapace di trasformazione.
Il cuore di Par‘o viene descritto come כָּבֵד (kavèd), appesantito, indurito, termine che rimanda a una densità psichica crescente, a una struttura difensiva che si irrigidisce a ogni sollecitazione del reale.
Le piaghe irrompono come ritorno del rimosso: ciò che il potere espelle dalla coscienza politica riemerge sotto forma di sintomo, destabilizzando l’ordine apparente e incrinando l’illusione di controllo.
Da sottolineare il comando בֹּא (Bo), “vieni” (e non vai!) rivolto a Moshe da HaShem che assume una valenza decisiva. Non indica un semplice movimento spaziale, bensì un ingresso nella scena interna del potere, là dove l’onnipotenza si rivela prigioniera della ripetizione e della negazione dell’Altro.
La liberazione si configura dunque come processo di separazione: Israele impara a distinguersi, a segnare confini, a sottrarsi alla fusione mortifera con il padrone. Il sangue sugli stipiti funziona come atto simbolico, una traccia che delimita lo spazio, protegge la casa, fonda l’identità attraverso la differenza.
Centrale risulta il comando del racconto ai figli. La parola trasmessa trasforma l’esperienza traumatica della schiavitù in memoria condivisa, rielabora l’angoscia e la rende dicibile.
Anche il tempo viene riorganizzato, sottratto alla ciclicità oppressiva e restituito a una dimensione storica e desiderante. L’uscita dall’Egitto diventa così nascita del soggetto, capace di abitare la libertà come responsabilità e come parola, prima ancora che come evento politico.
 
David Pacifici