In una cala remota dell’isola di Kefalonia, alle cinque del pomeriggio, Elias vide la ragazza. Era seduta su una stuoia chiara, voltata verso il mare, un quaderno sulle ginocchia. Lui camminava lungo la riva, con “La Biblioteca di Babele” sotto il braccio. Si guardarono un solo istante.
Non si dissero nulla.
Elias era arrivato da poco da Basilea. Diceva, a chi glielo chiedeva, che aveva bisogno di silenzio. Traduttore dal greco antico, credeva che alcune parole contenessero, se non la verità, almeno la sua forma. Annotava frasi in quaderni che numerava e poi smarriva. Quel giorno, aveva scritto: “Ogni istante è una biforcazione.”
La ragazza si chiamava Leda, anche se Elias non lo seppe mai. Era greca, ma viveva altrove. Scriveva appunti che non erano diari né racconti, ma frammenti – definizioni, impressioni, deduzioni. Aveva trascritto, poco prima, una frase di Plotino: “Il tempo è l’immagine mobile dell’eternità.”
Il loro sguardo durò forse un secondo. Elias passò oltre.
Nei giorni successivi tornarono entrambi su quella spiaggia, ma mai alla stessa ora. Né Elias né Leda seppero dell’altro, né pensarono di cercarlo. Non vi fu rimpianto, né nostalgia. Solo, a volte, in altre città e in altri anni, un pensiero improvviso, come il riflesso di una frase dimenticata.
Elias morì in un albergo a Lisbona nel 2039. Sul suo comodino fu trovato un taccuino con una sola frase sottolineata:
“Il fatto che una cosa sia accaduta una sola volta non la rende meno eterna.”
Leda visse più a lungo. In una conversazione registrata per caso, disse:
“Ci sono incontri che non avvengono per lasciarci intuire ciò che non potrà mai accadere.”
Nulla, naturalmente, prova che parlassero l’uno dell’altro.