Diamanti grezzi (Uncut Gems, 2019) dei fratelli Safdie, film disturbante, ipercinetico, tonitruante, il film costruisce la propria vertigine dentro il microcosmo febbrile del Diamond District newyorkese, osservato non come semplice sfondo ma come organismo vivente, dotato di una propria fisiologia sonora, di un respiro corto e affannoso. Al centro di questa macchina entropica si muove Howard Ratner, gioielliere ebreo quarantenne, figura tragica e insieme miseramente contemporanea, incarnazione perfetta dell’uomo che ha sostituito alla realtà la sua continua anticipazione, che vive non nel presente ma nel credito del futuro, nell’azzardo di ciò che potrebbe accadere.
La sua esistenza è una spirale di debiti, scommesse, menzogne domestiche e adulterine, e tuttavia ciò che lo definisce non è il fallimento in sé, bensì la sua incapacità strutturale di fermarsi: Howard è, un uomo in fuga da ogni forma di quiete.
L’opale nero etiope, autentico McGuffin hitchcockiano, non è tanto un oggetto quanto una promessa, una concrezione di possibilità che Howard investe di un valore quasi messianico, come se in quella pietra primordiale si fosse depositata la chance di una “redenzione” economica, l’unica che egli sia ormai in grado di concepire.
I Safdie filmano questa ossessione con una sintassi cinematografica deliberatamente eccessiva: il montaggio è parossistico, centrifugo, privo di qualsiasi funzione rassicurante, mentre il tessuto sonoro, saturo, invasivo, costantemente sul punto di tracimare, genera una cacofonia urbana che richiama esplicitamente l’iperrealismo scorsesiano, ma privato di ogni residua mitologia eroica.
Qui non c’è ascesa né caduta, ma solo una vibrazione continua, un presente che non riesce mai a diventare memoria.
In questo inferno fluorescente Adam Sandler offre forse la più grande interpretazione della sua carriera, liberandosi definitivamente della maschera comica per rivelare una dimensione attoriale tragica e febbrile: il suo Howard non chiede empatia, ma comprensione, e in questo senso è un personaggio radicalmente solo, circondato da voci, telefoni, porte blindate, e tuttavia metafisicamente isolato.
Attorno a lui gravitano presenze altrettanto credibili, tra cui Kevin Garnett, che interpreta se stesso con sorprendente precisione simbolica, come incarnazione speculare dell’ossessione per il rischio e la vittoria.
Diamanti grezzi è, un film sulla dipendenza come forma di temporalità, sull’impossibilità di vivere il presente senza trasformarlo immediatamente in posta in gioco. Come l’opale che lo ossessiona, Howard è egli stesso un diamante non tagliato, una materia grezza incapace di assumere una forma stabile, destinata a brillare solo nell’istante stesso della propria distruzione. Assolutamente imprescindibile
David Pacifici