Nel 1969, mentre l’America musicale si avvitava nel proprio specchio lisergico, i Four Seasons, fino a quel momento sinonimo quasi stereotipato di un pop vocale levigato, sentimentale, perfettamente integrato nel mainstream pre-Sgt. Pepper, compiono un gesto che, più che una svolta, appare come un vero e proprio atto di sabotaggio identitario. The Genuine Imitation Life Gazette, realizzato in collaborazione con Jake Holmes, non è semplicemente un tentativo di aggiornamento stilistico, ma una deliberata operazione di scardinamento del proprio stesso statuto simbolico.
Ciò che viene abbandonato non è soltanto il formato breve e radiofonico, ma l’intero orizzonte tematico che aveva garantito al gruppo il proprio successo. Le tradizionali narrazioni amorose rassicuranti, cicliche, prive di attrito storico, vengono sostituite da un paesaggio frantumato, attraversato da presenze inquietanti: la guerra, la tensione razziale, l’alienazione urbana, la paranoia mediatica. Non siamo più nel tempo sospeso del sentimento adolescenziale, ma dentro la temporalità ferita della storia americana tardo-anni Sessanta. Anche sul piano formale, la metamorfosi è radicale: le canzoni si dilatano ben oltre i limiti canonici del singolo, superando spesso i sei minuti, e si articolano in strutture irregolari, attraversate da inserti sonori, effetti psichedelici, soluzioni armoniche che tradiscono un’ambizione progressiva. La forma-canzone diventa, per così dire, porosa, instabile, aperta.
Il carattere concettuale dell’opera si estende inoltre al suo involucro materiale, trasformando il disco in un oggetto semiotico complesso. Il packaging consiste in un inserto di otto pagine concepito come un vero e proprio giornale, completo di titoli, rubriche e, soprattutto, di strisce a fumetti underground realizzate appositamente da Skip Williamson e Jay Lynch, figure centrali della controcultura grafica americana. Questo elemento non va inteso come semplice ornamento, ma come parte integrante del progetto: il disco simula un giornale che simula la realtà, in un gioco di rifrazioni che interroga implicitamente la nozione stessa di autenticità nell’epoca della riproduzione mediatica. Non è casuale che una simile soluzione abbia colpito l’immaginario di John Lennon e dei Jethro Tull, che ne avrebbero rielaborato l’intuizione nei loro successivi esperimenti grafico-concettuali.
Eppure, come spesso accade alle opere che arrivano fuori tempo o fuori contesto, la ricezione fu disastrosa. Il pubblico non perdonò ai Four Seasons questo tradimento delle aspettative, e l’album si arrestò alla 98ª posizione in classifica, configurandosi come un fallimento commerciale tanto clamoroso quanto, col senno di poi, rivelatore. Donald A. Guarisco, nella sua recensione per AllMusic, lo ha definito “un concept album che getta uno sguardo satirico sulla vita americana”, sottolineandone il carattere inventivo, la costruzione sofisticata e la costante capacità di evitare la noia — osservazioni che colgono esattamente il punto: The Genuine Imitation Life Gazette non è un semplice esercizio di stile, ma un’operazione critica travestita da prodotto pop.
Riascoltato oggi, il disco appare come un oggetto anomalo, quasi clandestino all’interno della discografia del gruppo e, più in generale, della cultura popolare americana del tempo. Non tanto un capolavoro in senso canonico, quanto piuttosto un cortocircuito: il momento in cui una macchina perfettamente oliata decide, improvvisamente, di incepparsi volontariamente per rivelare il proprio funzionamento interno.
Un piccolo gioiello irregolare, dunque, che porta ancora le tracce del proprio fallimento come una medaglia segreta. E che, proprio per questo, merita di essere sottratto all’oblio e restituito a quell’ascolto attento che le opere eccentriche, per definizione, esigono.
David Pacifici