Franz Kafka muore nel 1924, quasi sconosciuto, avendo pubblicato in vita solo una parte marginale della sua opera. È Max Brod, contro la sua esplicita volontà, a salvarne i manoscritti e a iniziare la pubblicazione postuma a partire dal 1925. Walter Benjamin si interessa a Kafka già all’inizio degli anni Trenta, in particolare nel saggio del 1934 per il decennale della morte, mentre Gershom Scholem legge Kafka nello stesso periodo, anche attraverso il dialogo epistolare serrato con Benjamin, culminato nella loro celebre corrispondenza del 1938.
Per entrambi, Kafka non è un fenomeno letterario tra gli altri, ma un evento spirituale che obbliga a ripensare la condizione della tradizione ebraica nella modernità.
Kafka è stato il punto di rottura. Benjamin e Scholem, invece, sono stati i suoi due interpreti più radicali.
Per capire la posta in gioco bisogna partire da qui: Franz Kafka non è semplicemente uno scrittore dell’assurdo o dell’alienazione moderna, come una lettura banalizzata ha finito per imporre. Egli è, più precisamente, lo scrittore di un mondo in cui la trascendenza non è scomparsa, ma ha cessato di essere intellegibile.
La Legge esiste ancora, ma non si lascia più comprendere. E proprio su questo punto decisivo si biforca la lettura dei suoi due grandi interpreti ebrei, Walter Benjamin e Gershom Scholem.
Per Benjamin, Kafka rappresenta una forma estrema di tradizione sopravvissuta alla perdita del suo codice. Nei suoi saggi degli anni Trenta, egli insiste sul fatto che le parabole kafkiane sono parabole senza dottrina. Esse conservano la forma della trasmissione, ma non il contenuto trasmesso. Ciò che resta sono i gesti: movimenti opachi, residui di un senso che non può più essere ricostruito, ma che proprio in questa opacità continua a esigere interpretazione.
Kafka, per Benjamin, non è il profeta della disperazione, ma il custode di una tradizione che si è contratta fino a diventare enigmatica a se stessa.
Scholem, al contrario, riconosce in Kafka il testimone di una catastrofe teologica più radicale. Nella sua celebre lettera a Benjamin del 1938, egli scrive che il mondo di Kafka è il mondo della rivelazione ridotta al suo punto zero.
La rivelazione non è negata, ma è svuotata di significato comunicabile. Essa persiste solo come validità senza significato. È ancora vincolante, ma non più interpretabile.
Qui Scholem introduce, implicitamente, una categoria cabbalistica decisiva: l’idea di una Torah che non è stata abolita, ma è divenuta indecifrabile.
La differenza è sottile e abissale. Benjamin crede ancora che nell’enigma si nasconda una promessa, anche se irrealizzabile.
Scholem vede nell’enigma il segno di una frattura irreversibile tra rivelazione e comprensione.
Kafka si colloca esattamente su questa linea di frattura. I suoi personaggi non vivono in un mondo senza Legge, ma in un mondo in cui la Legge è divenuta inaccessibile alla coscienza umana.
Il loro fallimento non è morale, ma ermeneutico. Essi non sanno più come leggere ciò che pure continua a riguardarli in modo assoluto.
In questo senso, Kafka è forse il più ebraico degli scrittori moderni: non perché affermi la presenza di D-o, ma perché ne registra il silenzio come un evento ancora interno al rapporto (Hester Panim), non come la sua dissoluzione.
Benjamin tenta di salvare la possibilità dell’interpretazione.
Scholem ne prende atto come di una perdita. Tra i due, Kafka resta sospeso, non tra fede e ateismo, ma tra rivelazione e illeggibilità.
David Pacifici