Felici i Felici è un racconto lungo fatto di frammenti, un mosaico di voci che si incrociano e si sfiorano senza mai davvero toccarsi. Yasmina Reza mette in scena l’infelicità ordinaria di coppie, amici, genitori e figli, dentro la borghesia parigina: una galleria di personaggi che vivono, amano, tradiscono, si ammalano, invecchiano, ridono, eppure restano fondamentalmente soli.
Lo stile è affilato, preciso, con dialoghi rapidi, monologhi interiori che sanno di teatro (non sorprende, conoscendo la Reza drammaturga). Non c’è trama vera e propria, solo episodi che compongono un ritratto corale. La felicità evocata nel titolo è uno specchio rotto: momenti di tenerezza si alternano a scene patetiche, a volte grottesche. Ma nessuno sembra davvero felice. Piuttosto, tutti sembrano in cerca di un senso, di un varco nella noia o nella delusione.
Il bello del libro sta proprio qui: nella leggerezza tragica con cui Reza racconta l’umano. C’è una spietatezza elegante, un’ironia sottile, ma anche un rispetto profondo per la fragilità dei suoi personaggi. Si sorride, a volte si ride amaro, ma si resta coinvolti. Felici i Felici non è un romanzo per chi cerca intrecci serrati o finali rassicuranti. È un libro che va letto come si ascolta un quartetto di voci, ognuna stonata a modo suo. E alla fine, lascia addosso quella malinconia sottile che resta quando il sipario cala su una commedia che parla di noi.