Parashat Shemot, una delle sezioni più complesse e decisive della Torah, non mette in scena un eroe fondatore, ma la nascita problematica del soggetto chiamato a parlare.
Mosè non è scelto perché forte, carismatico o capace di persuadere: è scelto proprio in quanto mancante, diviso, non coincidente con se stesso. Salvato dalle acque, cresciuto tra due mondi, Mosè incarna fin dall’inizio una frattura originaria che, in termini lacaniani, definisce il soggetto barrato. Quando afferma di essere “pesante di bocca e di lingua”, non confessa un limite accidentale, ma espone la sua posizione strutturale rispetto al linguaggio: la parola non gli appartiene, non la domina, non la usa come strumento di potere. Ed è precisamente per questo che può diventare il luogo di passaggio di una parola che lo eccede. Mosè non si propone, non desidera la missione, tenta anzi di sottrarsi; la chiamata lo precede e lo disloca, mostrando che il desiderio non è dell’Io ma dell’Altro. In questo senso Mosè è l’anti–Nome-del-Padre: non fonda una dinastia, non garantisce il senso, non entra nella Terra Promessa.
La Legge passa attraverso di lui senza incarnarsi in lui, perché la Torah non si fonda su un soggetto integro ma su una mancanza assunta.
La sua balbuzie non è un ostacolo alla rivelazione, ma la sua condizione di possibilità: solo chi non coincide con la propria parola può risponderne. Shemot afferma così qualcosa di radicale e ancora attuale: la responsabilità non nasce dalla padronanza, ma dall’esposizione; non dalla forza del dire, ma dal rischio di una parola che può sempre fallire.