Tra la fine del Quattrocento e il primo Cinquecento, il Rinascimento europeo sviluppò una fascinazione intensa e duratura per l’ebraismo, percepito come deposito di una sapienza originaria, anteriore al cristianesimo e, proprio per questo, ritenuta capace di rivelarne il fondamento più profondo. Umanisti e teologi come Pico della Mirandola, Johannes Reuchlin, Flavio Mitridate (ebreo poi convertitosi al cristianesimo), insieme agli ambienti della cosiddetta Cabala cristiana, si rivolsero alla lingua ebraica, alla Torah e ai testi mistici non tanto per ascoltarne la logica interna, quanto per rintracciarvi una verità arcaica, una chiave segreta che consentisse di legittimare e confermare retroattivamente il cristianesimo stesso. L’ebraismo veniva così investito di un valore eminentemente strumentale: non come alterità viva, ma come archivio da decifrare.
È precisamente in questo movimento che si consuma il fraintendimento decisivo. La Torah venne letta come un testo che nasconde un senso, non come uno spazio in cui la parola accade. Cercata come luogo di una verità da scoprire, fu sottratta alla sua funzione essenziale di parola che interpella, che espone, che obbliga chi legge a una presa di posizione. Trasformata in premessa, in prologo, in anticamera del cristianesimo, la Torah cessava di essere un evento e diventava un passaggio obbligato verso qualcos’altro.
Ma nella sua logica interna la Torah nonfunziona come deposito di contenuti segreti. Non è un sapere da estrarre né un codice simbolico da sciogliere una volta per tutte. È, piuttosto, uno spazio di parola che non si lascia possedere, che non garantisce, che non chiude il senso, e che proprio per qusto mette in gioco il soggetto. Ridurla a oggetto di conoscenza significa neutralizzarne il rischio, sottrarle la capacità di ferire, di interrogare, di produrre responsabilità.
Così, anche l’ammirazione più colta e raffinata finisce per tradire ciò che pretende di onorare. Nel tentativo di “salvare” la Torah come fondamento nascosto di un verità già data, la si priva della sua alterità radicale. Invece di essere ascoltata, viene fatta parlare per qualcos’altro; invece di aprire il senso, viene chiusa in una funzione.
Il vero punto cieco del Rinascimento non sta dunque nella mancanza di profondità, ma nell’incapacità di accettare che, nella Torah, il senso non precede la parola, non è già lì in attesa di essere trovato: accade dopo, e solo a prezzo di una trasformazione di chi legge.