Nel Libro di Enoch, testo ebraico apocrifo di straordinaria densità simbolica, compaiono due figure che non appartengono alla demonologia popolare ma a una vera e propria topologia del soggetto: Semeyaza e Azazel. Letti in chiave lacaniana, non parlano di angeli caduti, ma di desiderio, limite e resto traumatico.
Semeyaza è il capo dei Vigilanti, gli angeli che scendono sulla terra, prendono donne umane e trasmettono saperi proibiti. Il suo gesto non è una ribellione romantica, ma qualcosa di più radicale: la negazione della Legge simbolica. Semeyaza vuole abolire la distanza tra l’alto e il basso, tra sapere e mondo, tra desiderio e oggetto. In termini lacaniani, incarna il soggetto che rifiuta la mancanza, che non accetta il “non-tutto” e pretende un godimento pieno, immediato, senza mediazione. È il tentativo di accedere al Reale saltando il Simbolico. L’esito è inevitabile: non pienezza, ma eccesso, violenza, mostruosità. I Nephilim (i giganti) non sono altro che il prodotto di un desiderio che ha forcluso il limite.
Azazel si colloca su un piano diverso, complementare e più radicale. Nella Torah è legato al rito del capro espiatorio: non una divinità, ma il fuori, il deserto, il luogo dove viene mandato ciò che non può restare nella comunità. Nel Libro di Enoch diventa una figura personale, anch’egli Vigilante, punito e incatenato. Ma il suo statuto simbolico non cambia: Azazel non è colpa, non è peccato, non è trasgressione. Azazel è il resto.
In chiave lacaniana, Azazel funziona come il trauma. Non l’evento traumatico, ma ciò che non può essere simbolizzato, ciò che non entra nel linguaggio, ciò che resiste a ogni elaborazione. Il trauma, per Lacan, è il Reale che resta dopo che il Simbolico ha fatto il suo lavoro. Esattamente come Azazel: non viene spiegato, non viene redento, non viene integrato. Viene localizzato ed espulso. Il rito non lo cura interpretandolo, ma creando un bordo. Il deserto è quel bordo.
Qui il testo enochico mostra una sorprendente raffinatezza clinica: non tutto si risolve parlando, non tutto si sublima, non tutto diventa senso. Alcune cose si trattano solo riconoscendo che esistono e collocandole fuori campo. Azazel è muto come il trauma: ogni tentativo di farlo parlare (demonologia, mitologia ingenua, moralismo) è una difesa.
Semeyaza e Azazel formano così una coppia strutturale. Semeyaza è il desiderio che rifiuta la Legge e vuole tutto; Azazel è ciò che resta quando quel desiderio fallisce. Il primo è l’illusione del godimento assoluto, il secondo è il prezzo reale di quell’illusione. Insieme disegnano una clinica del sacro: da un lato l’eccesso del desiderio, dall’altro il ritorno del Reale sotto forma di resto non integrabile.
Il Libro di Enoch, letto con Lacan, non propone una teologia alternativa ma una diagnosi radicale: il male non nasce dall’ombra, ma dalla negazione del limite. E il sacro, quando pretende di incarnarsi senza Legge, non salva. Produce trauma.
Azazel è il nome di quel trauma. Semeyaza, il suo preludio.
 
 
David Pacifici