Nel racconto biblico di 1 Samuele 17, la figura di Golyath si sottrae con decisione a ogni lettura edificante o moralistica, per imporsi invece come una vera e propria configurazione strutturale del soggetto, una messa in scena dell’Io nel momento in cui, saturandosi della propria immagine, pretende di cancellare la mancanza che lo costituisce.
Golyath non è semplicemente il “forte” contrapposto al “debole”, ma l’emblema di un Io che si pensa autosufficiente, coincidente con il proprio “ideale dell’Io”, impermeabile a qualsiasi alterità.
Definito dal testo come “ish ha-benaim”, “l’uomo dello spazio di mezzo”, Golyath occupa il campo non soltanto in senso militare, ma simbolico: egli si colloca come presenza totale, come corpo che satura la scena e impedisce il movimento.
La sua armatura, che riveste integralmente il corpo, non è un dettaglio narrativo, ma la materializzazione di una identificazione senza scarto; la sua parola, lungi dall’essere dialogica, è performativa, concepita per intimidire e immobilizzare. In termini lacaniani, Golyath incarna l’Io immaginario ipertrofico, un Io che, identificandosi pienamente con la propria immagine di potenza, rimuove la mancanza e scambia il godimento della forza per verità.
È in questo spazio saturato dall’immaginario che irrompe David, la cui funzione narrativa e strutturale non si definisce tanto per l’azione compiuta, quanto per la serie di rifiuti che la precedono: David rifiuta l’armatura, rifiuta la simmetria dello scontro, rifiuta di rispondere alla sfida sul terreno che Golyath ha predisposto. Questo rifiuto non è prudenza né astuzia, ma un gesto strutturale: accettare il confronto sul piano immaginario significherebbe già essere catturati dalla logica del gigante.
La fionda, in questo senso, non è l’arma del debole, ma il segno di un cambio di registro. Dove Golyath si affida alla presenza compatta del corpo, David introduce la distanza; dove il gigante impone la continuità della forza, David opera un taglio. È l’irruzione del Simbolico nell’Immaginario. Non a caso il colpo non mira al corpo in quanto tale, ma alla fronte, luogo dell’esposizione e dell’identificazione, punto in cui l’Io si mostra come totalità. Non è il corpo di Golyath a essere annientato, ma l’illusione di coincidere con la propria immagine.
In termini lacaniani, la caduta di Golyath non è la sconfitta della forza, bensì il collasso di un soggetto prigioniero del proprio Ideale dell’Io, incapace di concepire un Altro che non sia riducibile alla logica della potenza. David, al contrario, vince proprio perché non aspira alla totalità, perché accetta la mancanza come condizione dell’atto, perché non confonde il desiderio con il godimento. Il suo gesto non è eroico in senso romantico, ma rigorosamente simbolico: un atto che interrompe la fascinazione immaginaria e restituisce spazio al limite.
Per questo Golyath non è una figura relegabile al passato biblico. Egli riemerge ogni volta che un soggetto, un’istituzione o un discorso si presentano come compatti, autosufficienti, privi di resto, incapaci di tollerare la falla che li attraversa. Là dove l’Io si crede intero, là dove la forza pretende di farsi verità, Golyath è già sul campo.
Il racconto biblico, riletto alla luce di Lacan, non celebra dunque la vittoria del debole sul forte, ma smaschera una verità più radicale e inquietante: non è la potenza a cadere, bensì l’illusione di poter essere tutto, senza mancanza e senza Altro.
 
 
David Pacifici